OLTRE I CONFINI PODCAST

La prima puntata del nostro podcast Un universo oltre i confini è su Spotify

Il nostro podcast “Un universo oltre i confini” racconta storie dal carcere, per andare oltre le mura, oltre il reato, oltre il pregiudizio. Perché oltre ogni confine c’è una persona, e dentro ogni persona c’è un universo.”
racconta le storie, le voci e le prospettive di chi vive e lavora nel carcere: principalmente i detenuti impegnati ma anche educatori, operatori, istituzioni e aziende coinvolte nel reinserimento sociale e lavorativo.
Vogliamo dare voce alle persone detenute, valorizzando percorsi di studio, lavoro e trasformazione personale; contrastare stigma e stereotipi attraverso storytelling umano; sensibilizzare l’opinione pubblica sul ruolo della formazione professionale in carcere; rafforzare la trasparenza e la reputazione delle istituzioni penitenziarie coinvolte; promuovere modelli replicabili di reinserimento sociale e lavorativo; supportare advocacy su politiche pubbliche di inclusione, giustizia e formazione

I detenuti giovani adulti, in particolare la fascia 18–20 anni, costituiscono una nuova popolazione all’interno delle carceri italiane. Sono ragazzi e ragazze che, per la loro giovane età, avrebbero bisogno di maggiori supporti difficilmente presenti nelle carceri per adulti dove il rapporto tra educatori e detenuti è significativamente più sfavorevole rispetto agli IPM (istituti penali per minorenni). In Italia si registra una crescita dei reati violenti commessi dai giovani: bisogna con urgenza ripensare la gestione dei giovani adulti dentro e fuori dal carcere. Sono 23.500 i minori e giovani adulti in carico negli IPM: oltre il 60% è in attesa di giudizio. I reati sono in aumento: rapine, estorsioni, reati sessuali, uso di armi bianche (lame e coltelli). A causa del decreto Caivano il sovraffollamento ha ampliato l’uso della custodia cautelare. Circa due terzi dei ragazzi reclusi sono, infatti, in attesa di sentenza definitiva. Bisogna investire su risorse per il loro recupero, evitando la retorica criminalizzante e punitiva. I giovani, oggi, manifestano un profondo malessere emotivo; molto spesso, la loro aggressività e l’uso delle armi, celano grandi fragilità e un’incapacità di gestire le frustrazioni. L’aggressività del branco è spesso legata alla ricerca di identità e matura in contesti di marginalità. C’è una grande solitudine in questi ragazzi, un vuoto identitario, un’incapacità di gestire le proprie fragilità, i propri fallimenti, le proprie vulnerabilità che esplodono quando i percorsi di socializzazione formale e informale falliscono, quando i rapporti con i propri genitori sono conflittuali e quelli con gli amici scarsamente inclusivi. C’è bisogno di figure autorevoli capaci di tollerare e accogliere il loro dolore senza giudicarlo. Importante sarebbe promuovere l’alfabetizzazione emotiva, coinvolgendo scuola e famiglia, per creare più momenti di dialogo, confronto, responsabilizzazione e autonomia. Spesso i confini di questi ragazzi, tra ciò che è virtuale e ciò che è reale, si confondono, portando alla perdita di empatia verso il dolore altrui. I loro comportamenti violenti sono spesso associati al consumo di sostanze, alcol e uso dei social. Un tempo erano i giovani ribelli da domare, oggi sono giovani fragili da proteggere.

Editoriale

“Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la violenza giovanile è un problema di salute pubblica globale: “l’uso intenzionale della forza fisica o del potere, minacciato o reale, da parte di una persona di età compresa tra i 10 e i 29 anni, che provochi o abbia un’alta probabilità di provocare lesioni, morte, danni psicologici o privazioni.”
Si parla anche di povertà educativa quando il contesto in cui vivono non offre stimoli culturali, relazionali ed educativi adeguati, privandoli di opportunità di crescita, apprendimento e sviluppo personale.
La rabbia di un’età, la frustrazione del vivere in un mondo troppo grande per loro la descrive in una lettera Davide Simone Cavallo, lo studente ventiduenne della Bocconi che scrive poesie, aggredito all’alba del 12 ottobre 2025 in pieno centro a Milano, zona corso Como, fuori da uno dei locali più frequentati dalla gioventù milanese. “Sono leale, curioso, gentile, appassionato fino alle ossa di qualsiasi cosa la vita voglia regalarmi, bello e brutto: mi piace così”. Davide quella notte ha rischiato di morire dissanguato, è stato aggredito per una banconota da 50 euro, accoltellato e ridotto in fin di vita da un gruppo di cinque ragazzi giovanissimi, di cui tre minorenni. Davide ha riportato lesioni permanenti e ha perso l’uso delle gambe, ora sta affrontando un lungo e doloroso processo di riabilitazione. Quello che ha fatto riflettere tutti noi sono state le parole di compassione e perdono che ha avuto per i suoi aggressori: “le cose vanno così a causa di 5 ragazzini arrabbiati col mondo. Non mi nasconderò dietro un dito. Quando ho saputo della loro età, a parte l’incredulità, mi si è fatto pesante il cuore: mi dispiace per ogni giorno che passano in galera, mi dispiace davvero. Sono troppo giovani per non vivere il mondo. E nonostante questo, lo ero anch’io. Persino adesso, possono usare le proprie gambe, sentirle attaccate al corpo, fare sport. Non è scontato. Ormai lo so. La cosa più dura di tutte è forse che in tutto ciò, io, per come sono fatto, quella sera, avrei teso loro la mano. Gli avrei chiesto come andava la serata, che facevano, se avessi potuto veramente aiutarli l’avrei fatto. Perché sono fatto così. E perché sembrano 5 ragazzi come altri, che volevano divertirsi, con cui sarei potuto essere AMICO. Non sembravano questo mio penoso futuro, non sembravano cattivi (….). Conosco la rabbia di un’età, la frustrazione del vivere in un mondo troppo grande per noi, quel dolore immotivato frutto del non capire e non capirsi, e inevitabilmente, non essere capiti. Non odio. Dovrei farlo, credo, sarebbe logico, ma non mi riesce. L’odio non è logico, e manco io. A volte penso che il mio cuore ha già perdonato un po’ quello che mi è stato fatto, perché so come si sentono i responsabili, o almeno mi piace pensarlo, quanto probabilmente ne soffrano, quanto è facile fare cazzate immense quando ci si perde. Se sei veramente in grado di metterti nei panni di chi dovresti odiare, forse, sei in grado anche di perdonare. E qualche parte dentro di me, che non voleva finisse così, lo ha fatto. Ho compassione per loro e li abbraccio. (…) Abbiate pietà di voi stessi, non lasciatevi definire da quello che è successo. Non siete perduti. Potete fare ancora tante cose belle nella vita. Non smettete di crederci, io con voi.
Davide non si è lasciato divorare dall’odio, ha perdonato i suoi aggressori e li ha abbracciati idealmente, interrogando il senso stesso della colpa e della responsabilità. Ha avuto compassione per loro e ha spiegato le ragioni del suo perdono che non va ad attenuare la gravità dei fatti, ma si radica in una scelta etica consapevole che offre un punto di riferimento morale alternativo: riconnettersi al valore della vita”.


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