Poeti Fuori Strada: storia di un progetto, di Ernesto Cardenal

Ernesto Cardenal a la Chascona 2 by Roman Bonnefoy - www.romanceor.net

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PROLOGO
di Ernesto Cardenal

Circa due anni fa, durante un viaggio in Italia ho incontrato il Dr. Giuseppe Masera, primario di un ospedale pediatrico vicino a Milano. Il dottore mi aveva voluto incontrare per propormi un progetto che prevedeva l’insegnamento della poesia ai bambini malati di leucemia in Nicaragua.

Da vari anni questo illustre medico visitava periodicamente il Nicaragua, portando consulenze tecniche ed aiuti finanziari per questi bambini ricoverati nell’ospedale pediatrico La Mascota, il cui primario era il nostro grande poeta e medico Fernando Silva. Immagino che il Dr. Masera fosse informato dell’ampio programma di laboratori di poesia che avevamo sviluppato durante la rivoluzione, quando ero Ministro della Cultura.

Durante il nostro incontro in Italia, mi spiegò che i bambini malati di leucemia sviluppavano una grande creatività e facilità di espressione, quindi riteneva che potessimo provare ad insegnare loro a fare poesia, un esperimento che poteva avere un alto valore terapeutico, oltre a rappresentare una sorta di piano-pilota, che avremmo, in seguito, potuto estendere ad altri paesi dell’America Centrale. Devo dire che accettai immediatamente la proposta del Dr. Masera.

Sin dall’inizio, durante questa prima conversazione, pensammo che avremmo potuto contare sull’appoggio di mia nipote Claudia Chamorro, che il Dr. Masera avrebbe incontrato di lì a poco in Europa e che desiderava aiutare i bambini malati di leucemia, perché aveva perso suo figlio Tolentino a causa di questa malattia (come racconta molto bene nel suo commovente libro Tiempo de Vivir).

Così fu e, pur non abitando in Nicaragua, Claudia Chamorro si incaricò dell’organizzazione di questo laboratorio poetico per bambini che avevo accettato di dirigere. Un anno dopo l’inizio del progetto, anche grazie all’aiuto di Claudia Chomorro, stiamo pubblicando questa prima selezione di ciò che è stato prodotto al suo interno.

Per questo laboratorio mi sono stati molto utili tre libri scritti dal poeta nordamericano Kenneth Koch. Uno di essi, I Never Told Anybody, parla proprio di un laboratorio poetico che il poeta ha curato in un ospizio di New York, in cui insegnava a scrivere poesia (e, molto spesso, buona poesia) a persone che non solo avevano un’età avanzata, ma, in molti casi, anche vari acciacchi e dolori: alcuni erano costretti su una sedia a rotelle, altri si lamentavano per l’artrite o per i reumatismi, altri ancora erano sordi o di cattivo umore, oppure si addormentavano improvvisamente.

Altri due libri di Kenneth Koch, Rose, Where Did You Get That Red? e Wishes, Lies, And Dreams, parlano di numerosi laboratori di poesia (anch’essi con risultati eccellenti), che l’autore aveva proposto ai bambini nelle scuole.

In questi libri, Koch presenta vari metodi che ha utilizzato per far sì che bambini o anziani scrivessero buona poesia.

Uno di essi, ad esempio, consiste nel mostrare una poesia dedicata ad un animale, come la famosa poesia di William Blake a una tigre, e poi chiedere ad ognuno di scrivere una cosa qualsiasi su un altro animale (allora, i bambini creavano con grande entusiasmo poesie su un cane, un coniglio, un gatto, una farfalla).

Un altro metodo consiste nello scegliere un tema particolare come, ad esempio, il Mare, o, altre volte, dire agli alunni di iniziare una poesia con le parole: Vorrei… oppure Ricordo… oppure Ho sognato… (cui seguiva tutto quello che l’alunno voleva scrivere).

Altrimenti, si può suggerire loro di creare una poesia divisa in due parti: la prima che inizia con la parola Prima, e la seconda, in contrapposizione, con la parola Adesso.

Un’altra possibilità, è, invece, suggerire di scrivere una similitudine, una qualsiasi che venga loro in mente, anche se è folle.

Nel caso in cui gli alunni si rifiutino di scrivere, Koch propone di fare una poesia collettiva, in cui ogni verso venga dettato da una persona diversa, ed il risultato finale può essere molto suggestivo o divertente, e normalmente serve a stimolare tutti a scrivere individualmente.

Comunque, devo dire che, benché questi metodi siano molto validi, nel nostro laboratorio poetico ne abbiamo avuto bisogno solo raramente. Generalmente, infatti, è sufficiente leggere vari esempi di poesia, scritti da bravi poeti nicaraguensi o provenienti da molte altre parti del mondo, e poi distribuire carta e matita e dire agli alunni di scrivere ciò che vogliono.

Normalmente, all’inizio delle sessioni dico ai ragazzi che parteciperanno ad una lezione per imparare a scrivere poesia, che, in sé, scrivere poesia è facile e si accorgeranno che riescono a farlo.

Dico anche che la poesia è una cosa divertente come i giochi o gli indovinelli, che può parlare di qualsiasi cosa, che possono scrivere tutto quello che viene loro in mente, e che non importa la lunghezza, perché la poesia può essere sia corta che lunga.

Inizialmente, dicevo di non tentare di scrivere poesie in rima, con parole che terminano con lo stesso suono, ma, in seguito, ho visto che non era necessario, perché bastava leggere esempi di poesie in verso libero, o che, fondamentalmente, non dipendevano dalla ripetizione del ritmo e della rima. (A questo proposito, sono profondamente convinto della profonda verità della frase di Goethe: “l’essenza della poesia è quello che ne rimane quando viene tradotta in prosa in un’altra lingua” – correggendo Goethe e sostituendo «prosa» con «verso libero», che, poi, è quello che avrebbe detto lui se, ai suoi tempi, si fosse fatto uso del verso libero ed è il modo in cui è stata scritta gran parte della poesia mondiale, a cominciare da quella biblica).

Inoltre, sin dall’inizio li avverto che non devono preoccuparsi della punteggiatura o dell’ortografia, perché nella poesia non è importante e, allo stesso modo, che non importa se non sanno scrivere o non vogliono farlo, perché possono dettare la poesia. Infatti, queste sono cose che, a volte, succedono nel laboratorio: alcuni bambini non sanno scrivere o non vogliono farlo.

Una volta terminate le poesie, li invitiamo a leggerle e, se non sanno leggere o se, in alcuni casi, si vergognano a recitare quello che hanno scritto, lo faccio io o qualcuna delle persone che mi accompagnano che le legge a voce alta; l’autore della poesia dettata, o quello che l’ha scritta ma non ha voluto leggere, normalmente è molto contento quando sente declamare la sua poesia a voce alta, con una buona intonazione da un’altra persona.

Le nostre lezioni di poesia si tengono una volta a settimana e durano una o due ore (approssimativamente, un’ora e mezzo).

Nella prima parte, leggiamo ai ragazzi diversi tipi di poesie e nella seconda, che può occupare la maggior parte del tempo, facciamo scrivere loro (o dettare) una poesia, mentre nella terza parte, che spesso per loro è la più eccitante, le poesie vengono lette ad alta voce.

Normalmente, ai ragazzi piacciono molto i diversi esempi di poesia che leggiamo loro, ma ho notato che la maggioranza preferisce iniziare già a scrivere le proprie poesie, invece di continuare ad ascoltare.

Dobbiamo, quindi, distribuire quaderni e matite al termine della dose di poesia che gli abbiamo portato, altrimenti, prima di concludere l’ascolto, alcuni di loro iniziano già a scrivere la propria poesia con carta e matita, ispirati o stimolati da quello che stanno ascoltando. Per questo motivo non è stato necessario utilizzare gli utili metodi raccomandati da Kenneth Koch che ho elencato (e molti altri che egli ugualmente raccomanda).

Le poesie che leggiamo ai bambini sono quelle che consideriamo eccellenti (nazionali o straniere, contemporanee o del passato), con l’unica condizione che le possano comprendere.

Se c’è una parola che non è alla loro portata e che è importante per la comprensione della poesia, non esito a sostituirla con un’altra che loro possano capire, oppure ne spiego il significato. Se, invece, sono parole in spagnolo che si usano in altri paesi ma non nel nostro, posso sostituirle con quelle utilizzate in Nicaragua.

Un’intera poesia di Emily Dickinson, ad esempio, può risultare incomprensibile ai bambini, ma non così una sua parte che descriva i movimenti di un uccellino. Allo stesso modo, un’ode di Neruda su un gallo o un colibrì contiene lunghe sezioni che i bambini possono capire e visualizzare, mentre ce ne sono altre in cui il linguaggio nerudiano risulta troppo confuso per loro e, dato il nostro obiettivo, non si perde niente ad eliminarli.

I bambini adorano le poesie profondamente nicaraguensi di Fernando Silva come Gli storni, dedicata a quegli uccelli acquatici che vivono nei nostri laghi e lagune, dei quali il poeta descrive i colori, i salti e gli strilli, le femmine più sottili, con il collo più ampio e una zampa sotto l’ala, ed i maschi sgraziati e spelacchiati; questo stimola i bambini a descrivere altri animali.

Mi piace leggere loro la poesia New Hampshire otra vez, del nordamericano Carl Sandburg, in cui il poeta ricorda i suoi viaggi in treno per il New Hampshire perché, poi, anche loro scrivano i propri ricordi, oppure i ricordi di infanzia di Walt Whitman («C’era un bambino che usciva ogni giorno…»), ed i miei, quelli della mia infanzia nella città coloniale di León, o, ancora, il ricordo di Rubén Darío della propria infanzia («Bue che vidi nella mia infanzia sbuffante vapore…»).

Gli insegniamo a scrivere di cose molto semplici, come fa William Carlos Williams parlando dell’arido cortile di un ospedale in cui brillano i frammenti di una bottiglia verde. Oppure qualcosa di altrettanto semplice come la bella poesia di Saffo in cui dice che è mezzanotte, la luna e le Sette Sorelle sono sorte e lei è sola nel suo letto; o la poesia del giapponese Hitomaro in cui descrive se stesso, solo nella camera di entrambi, vicino al letto di entrambi a contemplare il cuscino di lei.

Li facciamo entusiasmare per la descrizione di una situazione quotidiana come la fruttivendola che va al mercato con il chayote, la yucca e la mentuccia (nella poesia di Joaquín Pasos), o l’invito di Robert Frost ad accompagnarlo a pulire la fontana del pascolo per i cavalli… Così, leggiamo loro poesie di paesi e tempi diversi. A volte non è necessario che l’autore sia molto conosciuto; può essere un poeta che non ha un altissimo valore letterario, ma che ha scritto una poesia breve su alcune farfalle ferme sulla sponda di una pozzanghera come se stessero leggendo una mappa, oppure su un pesce che si dibatte freneticamente negli artigli di uno sparviero…

Sin Arcoiris Fuera Triste - Illustrazioni di Christa Unzner-Koebel

Il libro Sin Arcoiris Fuera Triste – Illustrazioni di Christa Unzner-Koebel

Non ho mai diretto da solo questo laboratorio. Sono stato sempre accompagnato da altri poeti: Fernando Silva, che precedentemente era primario di questo ospedale, Julio Valle-Castillo, William Agudelo, Daysi Zamora, Luz Marina Acosta, Claribel Alegría… e, insieme a noi, il poeta Marvin Ríos, come insegnante permanente, che già in passato ha diretto laboratori di poesia e che non manca mai alle sessioni, benché noi altri, per una ragione o per un’altra, a volte ci assentiamo. Anche altre persone importanti hanno frequentato il nostro laboratorio e, fra di loro, persino l’Ambasciatrice tedesca e pittrice Christa Unzner-Koebel, che è stata così coinvolta nel laboratorio da essere l’illustratrice del nostro libro.

C’è, però, un problema nel nostro laboratorio: la maggior parte dei bambini e delle bambine che lo frequentano normalmente non sono sempre gli stessi e, quindi, non possiamo continuare a seguirli e fare in modo che proseguano la loro produzione.

I bambini malati vengono da tutte le parti del paese e seguono trattamenti differenti; i calendari delle visite nell’ospedale di Managua sono molto diversi e difficilmente coincidono con il giorno a settimana in cui teniamo il nostro laboratorio.

Dobbiamo, quindi, rassegnarci al fatto che, molto spesso, abbiamo alunni nuovi. Questa, però, è una ragione in più per ammirare la poesia che presentiamo qui, perché ci sono alcuni bambini che hanno assistito più volte al laboratorio, ma una grande maggioranza di loro sono principianti.

Ci consoliamo pensando che l’obiettivo principale di questo programma non era la bellezza della poesia, benché essa sia auspicabile, ma il bene che permette di fare a questi bambini.

Non è necessario dire che non tutte le poesie che abbiamo ottenuto sono belle; molte sono scadenti e neanche possono definirsi poesie, ma io seguo un consiglio di Kenneth Koch: non bisogna mai dire qualcosa di totalmente negativo su quello che è stato creato. Senza falsi elogi, dobbiamo evitare che i bambini si vergognino e, in ogni caso, possiamo dire loro che ci sono aspetti che si potrebbero migliorare, che è necessario scrivere qualcosa in più, che si potrebbe cambiare questo o quello, oppure che si tratta di un racconto e non di una poesia.

Devo avvertire che le poesie qui presentate a volte sono state leggermente ritoccate, principalmente eliminando le parti meno riuscite o ridondanti; comunque, quando è possibile, facciamo queste operazioni con l’approvazione dell’autore. In ogni caso, quello che modifichiamo è minimo; non facciamo mai niente che alteri o falsifichi il testo. Non inventiamo mai un’immagine che non sia stata messa dal bambino o dalla bambina. (Farlo non avrebbe alcun senso).

Devo anche aggiungere che abbiamo dovuto in parte modificare il progetto originale mio e del Dott. Masera: il laboratorio di poesie non è riservato solo ai bambini malati di leucemia, ma ai bambini malati di cancro in generale.

Nell’Hospital Infantil La Mascola, infatti, non si fa distinzione fra bambini malati di leucemia o di altre forme di cancro ed inoltre, fortunatamente, il numero dei bambini che soffre di leucemia non è molto elevato.

Mi rallegrano l’abbondanza e la qualità della poesia che è stata prodotta in così poco tempo in questo laboratorio e ammiro le idee che, molto spesso, hanno avuto i bambini e le bambine.

Vi confesso che invidio l’immagine del pulcino che insegue un vermiciattolo che cammina «stirandosi e restringendosi», o quella delle oche che, quando stirano le ali, somigliano ad una fisarmonica «che si apre e si chiude», oppure la descrizione dei cervi con il muso sottile e il naso a punta.

La capacità di osservazione di questi bambini è incredibile: si trovano in un angolo di un ospedale a scrivere o a dettare e ci descrivono gli animali come se li avessero davanti agli occhi.

Guadalupe, di 10 anni, dice che la rana si gonfia tutta, stira la lingua e mangia insetti disgustosi, mentre, in un’altra occasione, Kevin, 8 anni, descrive le rane dicendo che hanno una coda verde e le zampe posteriori molto grandi, e che i loro musi somigliano a quelli di persone brutte che ridono.

Yorling Imara, 13 anni, ricorda i conigli che corrono e saltellano con le loro lunghe orecchie e le piccole code, ed Abel, 11 anni, in un’altra sessione ancora, li presenta più dettagliatamente affermando che saltano tanto perché hanno le zampe posteriori lunghe, che si lavano da soli leccandosi le zampe anteriori più corte e, poi, passandosele sul muso, e che hanno orecchie grandi e ferme.

E come non invidiare la descrizione dei serpenti, così semplice e precisa, quando si afferma che sono «lunghi» e, poi, segue il sorprendente paragone per cui, quando strisciano in terra «sembrano del fil di ferro piegato».

Edwin, 13 anni, afferma di conoscere le are, o guacamayas e ci regala il buffo dettaglio dei loro piccoli pelati e quasi ciechi. Ma ancora più ammirevole è la ricchezza di particolari che ci fornisce lo stesso bambino parlando dei pinguini che, naturalmente, non ha mai visto veramente se non in televisione, ma è incredibile che si ricordi con tanta precisione quello che ha visto chissà quanto tempo prima sullo schermo.

A volte, leggendo loro esempi di poesie ho mostrato loro quanto sia divertente includere rumori o suoni e sicuramente è per questo che hanno cercato di farlo anche loro, inserendo il qua qua qua delle papere e delle oche ed il «continuo» hu hu hu del vento all’alba.

Inoltre, spesso, faccio notare l’importanza dei colori nelle poesie, ed è questa la ragione dell’abbondanza e persino dell’esagerazione con cui compaiono nei loro componimenti. Non deve stupire che almeno in due poesie appaiano i colori dell’arcobaleno, senza che i bambini si siano influenzati reciprocamente, e che entrambi abbiano messo gli stessi cinque colori, benché in ordine diverso. E neanche io, che non sono un buon osservatore quanto lo sono i bambini, sono sicuro che questi siano tutti i colori che si vedono nell’arcobaleno o se ne manchi uno. Inoltre, mi pare molto indovinata la riflessione, presente in una di queste due brevi poesie, secondo cui senza questi colori «sarebbe triste e noioso».

Mi piace molto l’immagine delle colombe bianche e caffèlatte che escono (probabilmente da un albero) «come foglie che si alzano in aria». Mi sembra anche molto positivo che, a volte, i bambini non si fermino alla semplice enumerazione dei colori, ma che cerchino di farne una descrizione complessa, come quando dicono che la luna piena è «una splendente lampada azzurra», o quando una bambina dice che le stelle sono «di color argento» (aggiungendo che danno molta allegria), mentre per un’altra le stelle «sono di color trasparente», il sole è giallo e la luna argentata come l’acqua. Guadalupe osserva che le nuvole «colorano il cielo», anche se avverte che a volte sono allegre ed altre tristi. La stessa Guadalupe, poi, nomina i bei colori delle rose, aggiungendo, con un lieve tocco di malinconia: quando le tocca, i petali cadono a terra.

Questi bambini e bambine provengono da parti molto diverse del paese, molto spesso da angoli remoti.

Frequentemente, le loro poesie parlano della nostalgia per i loro villaggi (molto spesso villaggi poveri), come quel bambino che ricorda «gli alberi in fiore», le strade dissestate e i bambini che giocano, o quell’altro, che viene da un paesino sulle montagne chiamato Río Blanco, che ricorda lo splendore delle notti senza la luce elettrica, perché la luna brilla di più, ci sono molte stelle, il cielo è più bello e il mondo si rischiara.

Molto dolorosa è la poesia di Felipe Haziel, 10 anni, che descrive quanto è allegra la sua scuola e quanto sia bello studiare lì, ma termina dicendo che quando superano la quarta i bambini non possono continuare a studiare.

Medardo Rafael, 11 anni, che viene da un piccolo paesino portuale dei Caraibi, ci ha commosso tutti quando ha dettato la sua poesia Anan, in cui parla di una bambina di cui si era innamorato, che lasciò il villaggio senza che lui potesse dirle addio; quando ha finito di dettarla, il bambino ha affondato la testa fra le mani ed ha iniziato a piangere disperatamente e a lungo, e noi abbiamo dovuto dargli molte pacche sulle spalle per riuscire a calmarlo.

Anche la poesia La mia malattia di Tony José, 6 anni, che viene da quel paesino sulle montagne chiamato Rio Blanco, è stata dettata con grande fluidità e senza un momento di esitazione: Tony racconta la malattia di cui soffriva da un anno, non con linguaggio da bambino, ma da medico. Ci sembrò un genio e pensammo che potevamo aspettarci molto da lui. Nel finale della sua straordinaria poesia, poi, ci dà una speranza ancora maggiore, perché afferma che, secondo il suo dottore, ormai è guarito e lui se ne va in vacanza fuori dal paese.

Io non aspetto il Giorno del Giudizio Finale con particolare ottimismo, ma prevedo che una delle poche cose positive che mi verrà detta sarà: «Io ero un bambino malato di cancro e tu mi hai insegnato a fare poesia».

Non so quanto grande sarà il beneficio terapeutico prodotto dalla poesia, ma vedo la grande allegria che crea quando la ascoltano e, ancora di più, quando la scrivono loro stessi. A mio parere, più importante del beneficio terapeutico è il fatto che stiano cantando la creazione.

Tutte queste poesie riunite sono come un inno alla bellezza della creazione, e non è questo il senso dell’universo ed il motivo per cui è stato creato?

Perché celebriamo questa creazione di Dio in cui ci sono arcobaleni, tartarughe, rane, conigli, anatre, luna, serpenti, pappagalli, bambini, ed anche bambini malati di cancro. Ma non solo perché la celebriamo semplicemente e poi moriamo, ma perché, soprattutto, risuscitiamo insieme ad essa, a qualsiasi età si muoia. Cristo lo ha giurato.


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