VioleperEnza al Teatrino di Corte della Villa Reale, Monza

Viole per Enza al Teatrino di Corte della Villa Reale, Monza

Viole per Enza al Teatrino di Corte della Villa Reale, Monza

Comune di Monza

Reggia di Monza

Zeroconfini Onlus

Libera Associazione contro le mafie

ADA Associazione Danze Antiche

La Scuola delle Arti

Maggio Musicale Monzese

Al nostro posto. Donne che resistono alle mafie, di Ludovica Ioppolo, Martina Panzarasa. Transeuropa edizioni,

Al nostro posto. Donne che resistono alle mafie, di Ludovica Ioppolo, Martina Panzarasa.
Compralo online: Transeuropa edizioni

Teatrino di Corte della Villa Reale
Monza 8 marzo 2013 – ore 19,30

Presentazione del libro Al nostro posto. Donne che resistono alle mafie, di Ludovica Ioppolo e Martina Panzarasa

A cura di LIBERA
Teatrino di Corte della Villa Reale
Monza 8 marzo 2013 – ore 20,30

Viole per Enza: sette storie di donne
sette storie di violenza

In collaborazione con Libera e la Scuola delle Arti di Monza
—da un’idea di Antonetta Carrabs

Testi a cura di Iride Enza Funari, Alessandra Arcadu, Antonetta Carrabs, Chiara Gelmetti
Voci a cura della Scuola delle Arti, Teatro Binario 7 Federica Angelucci, Elena Arposio, Monia Cacciero, Cristina Cantori, Stefania Ferraro, Mariangela La Palombara, Giorgia Lui e la partecipazione di Anna Gigliobianco
Danze a cura di ADA Danze Antiche Silvia Barin, Angela Bartocci, Laura Bielli, Luisa Del Vecchio, Chiara Gelmetti, Francesca Parrino, Luciana Porrino.
Musiche a cura degli studenti del Liceo Classico e Musicale Zucchi
Partecipazione straordinaria di Giuseppe Conte

Viole per Enza vuole dare voce a donne di coraggio che, in ogni angolo del mondo, si battono o si sono battute per importanti cause. Donne capaci di cambiare il corso della storia: donne che hanno lottato per le battaglie civili, per dire no alle mafie, per dire no all’assolutismo e alla repressione dei popoli, per dire no alla violazione dei diritti umani. Donne che non hanno avuto paura e che hanno urlato il loro no sacrificando le cose più preziose, la loro libertà e spesso la loro stessa vita.

7 donne si raccontano per non dimenticare.

Le autrici dei testi hanno voluto scrivere le storie di queste donne dando loro voce; la raffigurazione in prima persona delle protagoniste vuole dare all’evento teatrale un ritorno diretto della storia narrata, cercando di riportare lo spettatore a un assoluto realismo, dirompente, dei fatti che coinvolgono nella loro specificità le protagoniste. Le sette storie scelte sono fortemente rappresentative di tutte quelle sfaccettature della nostra società negli aspetti più crudi e violenti che attanagliano la vita di tante persone. Ogni storia porta in se un peso di violenza e morte incolmabile, ma la sfida di questo spettacolo mira proprio a gettare luce su questi fatti, affinché ognuno di noi ne prenda coscienza creando una spirale di autocoscienza e spinta di formazione educativa giovanile perché conoscere è il primo passo verso il cambiamento.

Un momento dello spettacolo Viole per Enza al Teatrino di Corte della Villa Reale, Monza

Un momento dello spettacolo Viole per Enza al Teatrino di Corte della Villa Reale, Monza

Guarda le immagini dello spettacolo:


Nata in Nigeria a Benin City, arriva in Italia nel 2000 per lavorare, ma viene ingannata e resa schiava dalle mafie nigeriana e italiana. Liberatasi dall’oppressione, si dedica interamente alle altre decine di migliaia di ragazze nigeriane schiavizzate in Italia avviando il Progetto «Le ragazze di Benin City» divenuto un’associazione. Coautrice del libro La ragazza di Benin City, ha ricevuto numerosi premi per il suo impegno.


Nata in Nigeria a Benin City, arriva in Italia nel 2000 per lavorare, ma viene ingannata e resa schiava dalle mafie nigeriana e italiana. Liberatasi dall’oppressione, si dedica interamente alle altre decine di migliaia di ragazze nigeriane schiavizzate in Italia avviando il Progetto Le ragazze di Benin City divenuto un’associazione. Coautrice del libro La ragazza di Benin City, ha ricevuto numerosi premi per il suo impegno.
Visita il sito di Isoke

Isoke Aikpitanyi
Lotta per liberare dalla tratta le ragazze nigeriane

Mai più schiave!

—Raccontata da Iride Enza Funari

Ho la faccia a terra! Non so chi mi abbia spinta, ho sentito un forte dolore … poi più niente. I vestiti che indosso sono un paio di mutande, quelle mutande che sono state il primo sfregio alla mia vita, i miei vestiti da lavoro.

Ho lasciato il mio paese sognando un mercato di frutta: una cuffia, dei guanti e un grembiule di un grande super mercato, sognavo di immergermi nei profumi della natura e di selezionare primizie per i miei clienti …

«Ricordo che dopo una settimana Judith mi ha detto: non puoi stare qui senza soldi e senza lavoro. Devi pagare il mangiare, il dormire. Devi lavorare. E per chi non ha documenti il lavoro è uno solo.
Quale, ho detto io.
Eh, quand’è il momento lo vedrai, ha detto lei.

Così una sera mi ha portato al posto di lavoro. Ha detto alle ragazze che stavano con me nella casa: datele un vestito per lavorare, qualche cosa che non mettete più. Mi hanno dato il vestito. Era solo un paio di mutande. Sul posto di lavoro si mette questo, ha detto Judith. […]



Lea Garofalo, vittima della mafia

Lea Garofalo, vittima della mafia
Leggi la sua storia

Lea Garofalo

Testimone di giustizia vittima della ‘Ndrangheta
—di Antonetta Carrabs
Sono arrivata a Milano da Campobasso, dove vivo con mia figlia Denise da quando ho rinunciato al sistema di protezione per poterle stare vicino.
Io, Lea Garofalo, sono diventata testimone di giustizia dopo che ho deciso di testimoniare sulle faide interne tra la mia famiglia e quella del mio ex compagno Carlo Cosso.

Sono scampata da qualche mese ad un tentativo di rapimento da parte di Massimo Sabatino. Sono riuscita a sfuggire all’agguato grazie all’intervento della mia bambina. Era il 5 maggio del 2009. Informai subito i carabinieri. Ero certa che il mandante era stato Carlo Cosso. Si, avete capito bene: Carlo Cosso.
Conosco molti segreti delle faide tra la mia famiglia e quella dei Mirabelli di Petilia Policastro.

Per le famiglie Lea Garofalo è diventata troppo scomoda. […]

Libera

nel lungo elenco delle vittime di mafia c’è anche il nome di mia madre Lea
morta a soli 35 anni per colpa della mafia.

Va’ madre
segui il movimento delle sfere
e le crociere degli stormi.
Al di là delle nuvole
nel brulichìo di questo tuo silenzio
un grumo di amaritudine

Siedo lì
sul ciglio della via dove tutto reca segno, si sfronda quel volo
è poco più di un filo
segue un grido
IL MIO.

Lea Garofalo



Anna Stepanovna Politkovskaja

Anna Stepanovna Politkovskaja
Leggi la sua storia

Anna Politkovskaya
Giornalista uccisa in Russia, denunciava i diritti violati
del popolo russo e ceceno

—Raccontata da Iride Enza Funari

Anna Politkovskaya, una persona complicata per scelta
cit. Thomas de Waal, Guardian

Sono una reietta. È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all’estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me.

Eppure tutti i più alti funzionari accettano d’incontrarmi quando sto scrivendo un articolo o sto conducendo un’indagine. Ma lo fanno di nascosto, in posti dove non possono essere visti, all’aria aperta, in piazza o in luoghi segreti che raggiungiamo seguendo strade diverse, quasi fossimo delle spie. Sono felici di parlare con me. Mi danno informazioni, chiedono il mio parere e mi raccontano cosa succede ai vertici. Ma sempre in segreto. (così scrivevo in uno dei miei articoli «IL MIO LAVORO AD OGNI COSTO») […]

L’ascensore

Non so, non so se era già scritto …
oggi non salirò, resterò qui.

L’ascensore è morto,
un rivolo rosso tra i capelli
lenti spezzate sul pavimento.
Intrappolata nella tua pancia
di cemento, un buco inghiotte
la mia storia.

Una casa strada e neve
più in là brinda …
calici tintinnano,
spumeggiano e ridono
perché l’ascensore non sale oggi!

Sospiro, non si deve avere paura
del peso del profumo dei fiori.

Di aver bisbigliato negli orecchi
dei bambini ‘che non è bello essere
schiavi’.

Non ho avuto paura di raccontare
chi non ha voce o calici per bere.
Non ho paura adesso qui riversa che tremo
e non vedo.

Prendi una posizione eretta
e sostienila.

La rabbia per l’ingiustizia
ha il sapore d’un foro di ferro rovente
che libera sangue
scivola e scioglie parole scritte
in muri di giornali.

Quelli non il sangue resteranno memoria
nello stagno dei ricordi.
Non ho tempo d’invocare,
l’ascensore è morto
restate eretti
devo andare …

Iride Enza Funari

Questa poesia è stata pubblicata sul blog di “ANNA VIVA” l’associazione nata per mantenere viva la memoria di Anna Politkovskaja.



Nahal Sahabi, vittima del regime iraniano

Nahal Sahabi, vittima del regime iraniano

Nahal Sahabi
Vittima della repressione di stato in Iran

—Raccontata da Antonetta Carrabs

E allora vieni Behnam, è di nuovo giovedì, balliamo di nuovo in questo giovedì.

Hey Benham disgraziato cosa devo fare senza di te, magari se riuscissi a farti capire quanto ti voglio, potresti rinunciare alla morte.

Lascio questo messaggio sul mio blog, ma tu te ne sei già andato via con un’overdose di farmaci. Ci siamo conosciuti di giovedì e, come ogni giovedì, ci incontravamo per ballare ed amarci. Io e te come Romeo e Giulietta.

Romeo e Giulietta al tempo dell’Ayatollah, Romeo e Giulietta vissuti nell’Iran plumbeo di Mahmoud Ahmadinejad dove le vite diventano strumenti nelle mani dei carnefici, dove le vite vengono piegate per strappare confessioni o imbastire ricatti. La tua colpa è stata quella di studiare Scienze Politiche, di aver conosciuto e diviso la casa con Koohyar Goudarzi, un 25enne attivista per i diritti umani, coinvolto nelle proteste contro la rielezione del presidente. […]


Neda Agha Soltan, vittima del regime di Teheran

Neda Agha Soltan, vittima del regime di Teheran
Leggi la sua storia

Neda Agha-Soltan
Vittima della repressione a Teheran nel 2009

—Raccontata da Antonetta Carrabs

..I Basij hanno sparato e ucciso una giovane donna in Teheran, il 20 giugno mentre protestava. Alle ore 19,05. Posto: Carekar Ave, all’angolo con la strada Khosravi e la strada Salelhi. La giovane donna è stata sparata da un Basij che si nascondeva sul tetto di una casa civile… Ha sparato dritto al cuore … l’impatto del proiettile è stato così forte che è esploso nel suo petto… per favore fatelo sapere al mondo.»

Arash Hajazi

A Teheran in giugno c’è una luce bellissima.

La mia città è grande, moderna. Le strade sono lunghe e piene di negozi e uffici. Anche i vicoli nei quartieri popolari sono luminosi, i muri bianchi e tanti alberi ovunque. Ho sempre avuto la passione per la musica. Il mio maestro è un amico di famiglia, si chiama Hamid Panahi.

Ho appena ordinato il mio pianoforte e continuo a prendere lezioni di canto, non perché io sia ricca ma perché in Iran alle donne è vietato cantare in pubblico. Sono una ragazza normale, lavoro nell’agenzia di viaggio di famiglia e ho un grande sogno: mi piacerebbe tanto viaggiare e scoprire il mondo. Da qualche tempo i miei occhi si sono illuminati di nuovo, si sono illuminati della luce della Turchia, da quando ho conosciuto Caspar.

In quest’ultimo periodo a Teheran c’è un grande fermento, migliaia di persone protestano nelle strade contro Ahmadinejad che ha stravinto le elezioni, ma noi non l’abbiamo votato. […]

Sei raggio fra i veli
percepibile in questa tua distanza innominata
che apre la via alla celebrazione del tuo cielo.

E il tuo canto mi urla in bocca!

Nel tuo travalicare è già l’adempimento
due occhi sconfinati
intimamente incancellabili
una scaturigine di radice che si consacra fiore.

Ma l’aria.. Ma gli spazi…
e questi tronchi complicati!

Tutto vuole librarsi nel vento dei prati
dietro le ultime staccionate e la parola conquistata.
Altro verde tra i magli dove resiste il cuore.


Assetou Billa Nonkane, vittima di mutilazione genitale

Assetou Billa Nonkane, vittima di mutilazione genitale

Assetou Billa Nonkane
Lotta contro le mutilazioni genitali

—Raccontata da Alessandra Arcadu

Per costruire una donna onorabile ed onorata servono un coltello, un rasoio, una lametta, delle forbici, pezzi di vetro, qualche scheggia di legno, fili di seta, spine d’acacia, sangue, dolore, infezioni. Il risultato è l’annullamento di un’identità e la rispettabilità di una famiglia. Dovete aggiungere corde per gambe giovani, e soprattutto una figlia femmina, senza una figlia femmina non si può fare.

Nasce perfetta ed è da subito una minaccia per l’onore della famiglia, per preservarne l’integrità, perché nessuno possa pensare che non vale nulla deve diventare nulla. Disposta alla mutilazione delle sue figlie, la stessa che lei ha già ricevuto da altre donne. […]

Assetou Billa Nonkane, dal 1997 vive in Italia a Pordenone. Si occupa di mediazione culturale e dei problemi di accoglienza, di assistenza, di integrazione degli immigrati.


Marisela Ortiz Rivera

Marisela Ortiz Rivera

Marisela Ortiz Rivera
Lotta al femminicidio a Ciudad Juarez

—Raccontata da Alessandra Arcadu

Tutto è cominciato molto prima e non posso affermare di non avere visto nulla, eppure, come quando si percorre ogni giorno la stessa strada, non si intravedono i fiori nascosti sotto l’erba dei fossi. Si sa che ci sono ma non li si cerca, si cammina, si va oltre portati dalla vita e si sopporta la loro assenza.

Così nella città più violenta del mondo si può insegnare, cucinare, chiacchierare e tollerare, è sufficiente non guardare. A volte si può anche sorridere e se la violenza pensi di poterla tenere lontana spazzando ogni giorno il pavimento, facendo del tuo meglio nel lavoro e te ne viene servita una piccola dose nei notiziari, vivi anestetizzata e sopporti senza voce.

Poi succede qualcosa e non puoi più non vedere. […]

Vivo lontana dal Messico e languo di nostalgia. Lontana la mia voce urlerà più forte. l’associazione da qui, mi porta nel mondo e da visibilità ad ogni donna scomparsa.

Nei primi giorni del 2011 hanno ucciso una poetessa, Susana Chavez. Gli orchi hanno avuto paura della forza che risiede nella gentilezza di una giovane donna e nelle sue parole. Leggete, allora, ad alta voce una sua poesia, che parla del nostro sangue, del suo sangue, della sua passione per la vita.

Sangue nostro.

Sangue mio,
di alba,
di luna tagliata a metà
dal silenzio.

Della roccia morta

Di donna in un letto,
che salta nel vuoto,
aperta alla pazzia.

Sangue chiaro e nitido,
fertile seme.

Sangue che si muove incomprensibile
Sangue liberazione di se stesso
Sangue fiume dei miei canti,
mare dei miei abissi.

Sangue istante nel quale nasco

Sofferente,
nutrita dalla mia ultima presenza.

Susana Chavez

Marisela Ortiz Rivera è una donna simbolo della lotta al femminicidio che dal 1993 ha fatto più di 1500 vittime, nella città di Ciudad Juarez nello stato di Chihuahua, Messico. È la fondatrice dell’associazione “Nuestras Hijas de Regreso a casa” insieme a Norma Andrade. Vive in esilio negli Stati Uniti con il figlio Rawi, al suo fianco nella lotta. Si occupa di denunciare le scomparse e del sostegno agli orfani.



Conclusione

Voce fuori campo: Un brano tratto dalla “CONCLUSIONE” di Chiara Gelmetti per Enza

Acquattate sotto ali di finta e benigna protezione stiamo, a ginocchia sbucciate.

Ci si alza di soppiatto per un poco a tendere i nostri seni all’aria e respirare il sole.
Ma per poco.
La notte sì, ci alziamo c’imbeviamo di luna, c’incorniciamo le stelle e siamo dee.
Non temiamo l’oscuro, offriamo caldi corpi a proteggere dal buio, i nostri bimbi, i nostri uomini.
Allungate, distese nelle coltri, le ginocchia a riposare..
Esistiamo, pur un soffio..

Eppure il giorno chiama all’esistenza dura, a sguardo chino che il riflesso dell’origine non sfiori il mondo, è un lago, di trasparenze e di canti appresi da bambini.
A volte ci guardano e credono.
A volte ci guardano e tremano.
A volte ci guardano, rabbrividiscono, così ci uccidono.

Lo sappiamo che evitare il giorno, conserva la nostra vita per la notte, ma è incessante l’impulso ad essere di fronte e perpendicolari. Poggiare forte i piedi sulla terra, sulle nostre stesse radici crescere al sole e alzare il viso, il nostro viso delicato al peggio.

Sì ché di bellezza non siamo paghe, la rincorriamo, nostra immagine, sorella. E di bellezza in bellezza ordiamo tele di Penelopi, in attesa. Incastoniamo storie, possibilità e non ci stanchiamo mai di tessere, di sfare, di ricominciare per un nulla, per un tutto.

Ingenuamente libere, profondamente audaci.
Amanti della dimenticanza, difendiamo la memoria, pasionarie del futuro.

Salgo, salgo in cima alla collina – non arriverete là sulla mia torre – là sulla linea dell’orizzonte per urlare tutta la bellezza e l’infinita misericordia. Non c’è morte non c’è esistenza, c’è solo la mia essenza, chiara, lucente senza paura, là e qui dove ancora e sempre il mio nome insieme al tuo nome scritto nella sabbia intreccerà altri nomi, altre storie, altre eternità.

Avanzerai e scolpite le tue orme all’onda senza potere.
Il tuo nome Enza, leggeremo il tuo nome…

—Chiara Gelmetti per Enza 30.12.12


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