Concorso Poetico Isabella Morra 2012: le poesie vincitrici

Concorso Poetico Nazionale Isabella Morra 2012

Concorso Poetico Nazionale Isabella Morra 2012

Concorso Poetico Nazionale Isabella Morra Il mio mal superbo
2ª Edizione

La premiazione

Guarda le foto dell’evento:

Poesie vincitrici

1° CLASSIFICATA

SPECCHIO
di Giulia Manzo

Biondo sole,
biglia che corre avanti
e mostra il futuro,
svela quello che ancora non sono.

Questa libertà l’ho costruita piano,
con le mani che hanno raccolto i giorni passati,
aprendoli come frutti amari;
con la bocca che ne ha succhiato il centro.

La libertà l’ho sentita sui piedi,
quando il viaggio era dentro,
sulle strade scolpite nella pancia,
lungo le vene che albergano un’emozione,
la rabbia, forte come una scure,
la leggerezza che asciuga poi tutto,
come un vento caldo.

E mille affannati passi di ricerca,
mi hanno portata qui,
dove le catene sono più sottili.

L’aria che entra
fa respirare,
l’aria che entra è semplice
ed io non voglio più avere paura,
perché questa libertà,
che non sarà mai tutta,
sono io.


2° CLASSIFICATA

LA MIA CASA
di Luciana Stancapiano

Non sarò esule a lungo
fra quelle mura
in calcestruzzo di idee
levigate al torchio
degli arroganti e degli incerti.

Ho voglia
di finestre
che si aprano su valli dignitose
di archi
che stipino covoni al sole
di certezze non violate.

Ho voglia
d’aria pulita,
non ingrigita dall’agre odore
del sospetto, del dubbio,
del maltolto inopinato.

Farò di me tasselli in travertino
armando di coraggio ogni mio muro
che a volte disegnerò e senza porte
per il libero accesso di chi ne farà parte.

Questa sarà la casa
che io ho scelto
senza forzieri, né segreti,
né ombre al vespro,
né tentennamenti.

Sarò figlia dell’aria
sarò un veliero
rifuggirò gli inganni
e ogni dominio
e quando alla fertile zolla
sarò restituita
evaporando nella bruma del giorno
in un sospiro lieve
all’Eterno consegnerò
la mia casa e la mia vita.


3° CLASSIFICATA

ALI DI UN UOMO LIBERO
di Lucrezia Lenti

Libertà di essere, di credere, di vivere.

Ali spiegate dell’anima su un oceano oscuro.
Un tuffo morbido, silenzioso e languido
nel turbinio delle onde, nel fragore del mare.

Non più imbrigliati sul vascello,
incatenati alla roccia
ma liberi di affondare nel mondo,
nell’anima,
il proprio volo.

Ali di cielo,trastullo del vento.
Non ali da gigante ma ali di uomo,
ali di donna,ali di chi desidera
soltanto ESSERE,
profondamente, intimamente Essere.

Non più davanti allo specchio dell’anima,
al suo riflesso, imbiancato dalla finzione,
ma in volo ora, nell’istante dato,
avido,bramoso di cogliere il senso nudo delle cose,
di coglierne l’Essenza,
di spiare il punto focale della tela divina,
di immergersi nella profondità
oceanica, celeste, intrinsecamente Umana
dell’essere Libero, dell’essere Vero,
dell’essere
semplicemente VIVO.


Menzioni speciali

Menzione speciale originalità e ironia

LETTERA DI DIMISSIONI
di Dorota Maria Jablonska

Con la presente, la sottoscritta Moglie del Signor X, comunica le proprie dimissioni dal rapporto del matrimonio stipulato con Lui vent’anni, tre mesi, cinque giorni e quattro ore fa. La moglie motiva la sua irrevocabile decisione con le seguenti ragioni:
– Troppo l’amore senza confini;
– Troppa la preoccupazione per la felicità di entrambi;
– Troppa la passione di fredde sere d’inverno e di calde notti di’estate;
– Troppi i Sabati passati tra il ferro da stiro e la lavatrice;
– Troppe le coccole fino a far mancare il respiro;
– Troppa la cieca gelosia del vicino che passeggia con il cane e della vicina con la mini gonna;
– Troppi dolci baci di buona notte;
– Troppe le bugie a fin di bene;
– Troppe le parole dolci e complimenti esagerati;
– Troppo, troppo, troppo di tutto!
Per quanto sopra, la sottoscritta ritiene di non essere più all’altezza del suo compito e le sue dimissioni, a partire dalla data odierna, devono essere ritenute definitive, immediate e senza alcun preavviso.
Cordialmente,
La Moglie del signor X.


Poesia leopardiana

SE SOLO AVESSI SAPUTO
di Nicoletta De Lucchi

Se solo avessi saputo
che il tempo è un inganno
un inganno dei sensi
mi sarei occupata di rose e viole
e avrei lasciato la mia anima
libera
al sole.


Poesia giovane studente

LA NASCITA DI VENERE
di Eleonora Cattafi

La nascita di Venere, ma non da una conchiglia, oggi.
Lei nasce in passerella, oggi lei vive dentro a un quadro.
Senza oceano, indossa i tacchi, e poi non sorge dalle acque
Spumeggianti, ma dai fumi di cosmetici esalati
La cascata dei capelli il volto più non incornicia.

Agli Uffizi quel bel quadro d’Afrodite dimagrita
Lo accarezzano i pittori secondini
Meditando doppi fini. Aria di Cipro!

Bella, fulgida, celeste! Se la Venere rinasce
Il cielo intero si riveste di splendore
E avanza intanto tra le Ore Primavera, brilla amore.

Brezza fresca soffia da lontano
Ma vicino, incarcerato nel museo del nostro tempo.
Non c’è vento, piange Zefiro al vederla
Sì ridotta, quasi morta, afflosciarsi chiusa in gabbia
Se la chioma fu legata, ma da nastri luccicanti
E la pelle deturpata da chirurghi e da interventi.

Dove, Venere, riposi? Sull’Olimpo, in cimitero?
Chiusa a chiave senza uscita in un salone di bellezza
Ma non eri la Bellezza? Tu divina, che guidavi
Corpi umani, e poi pensieri. Desideri
che s’accalcan come stanchi spettatori

Per vederti ed ammirarti, per gettare mille sguardi
A te regina da adorare, a te che sei nata dal mare
Tra le lacrime, ideale, libertà finita male.


Poesia di un uomo per Isabella Morra

Salve,
perfettamente conscio di non poter partecipare al concorso in quanto poeta di sesso maschile e poi perché il mio componimento sulla triste reclusa di Favale supera ampliamente i versi stabiliti, credo di far comunque cosa gradita inviandovi (per semplice conoscenza) la mia Diego e Isabella. Fa parte della silloge Calabria Citra in Versi edita da Periferia (2012). A seguire una breve descrizione.

Scusate per il “disturbo” ma non capita tutti i giorni vedere un concorso sulla “mia” poetessa preferita e perciò mi sono permesso…


DIEGO ED ISABELLA
di Matteo Dalena

Di Calabria superati i confini,
su strata malridotta e dissestata,
c’imbattiamo in due giovani destini,
tristi amanti in terra di Basilicata.

Una storia che rattrista e che fa male,
che di rosso sangue tinse il Sinni,
tra i boschi e le rocce di Favale
la cantan non le Muse ma le Erinni.

E vi dirò della giovane poetessa
che priva di dote, padre e marito,
cantaa la Francia e per essa stessa
fuggir da ameno e “denigrato sito”.

E quest’anima in perenne tormento
viaggia sull’ali di versi sognati,
superando prigione, reale abbrutimento
di rozzi fratelli, imbelli e sciagurati.

Tutto ciò ella ripugna ed aborra
e ribolle lo spirto di sua “fiorita etade”,
mentre sfiorisce la piccola Morra,
sfregio di tanta maestosa beltade.

Ma a poche leghe da quello scoramento
sorge speranza di lustro e di vita,
amore, gioia e cambiamento
dimoran nella fertile Bollita.

Il padrone oggi si trova sulla via
che da Cosenza mena al lucano sito
e lo conduce, dalla bruzia castellanìa,
al suo destino di padre e di marito.

Diego è homo di sangue e di duello,
a sua Maestà cattolicissima legato,
ma non basta a descriver solo quello:
è pur fine poeta, “petrarchista garbato”.

E per cagion di gioia o di sollazzo,
o perché il cor gli arde come al rogo,
ognidì dinanzi al suo palazzo
incontra un femminato pedagogo.

Ma non hai da malignar tu che ascolti:
tutto ciò che strano ti appariva
lo si spiegherà con versi colti
e coglierai il senso di tal ambascerìa e missiva.
Era una delle tante e furtive
lettere di platonicissimo sentimento.

Come naufraghi sperduti sulle rive,
i due giovani vi trovavan nutrimento.

Si trovavan sospesi su di un limen
ad un passo dal peccaminoso,
che da queste parti è sempre un crimen,
comportamento illecito ed ignominioso.

Amor proibito seppur divino,
scandaloso eppur non consumato,
il nemico è il prode concubino:
lo combatton sacerdote e porporato.

I nostri son figli di secolo bastardo,
di due famiglie che seguivan sorte
e si colpivan con lama e dardo
per ragion di stato, anzi di corte.

I Morra, che lustravan Galle insegne,
or avean da pagar salato pegno
per condurre esistenze più che degne
e rimaner nell’odiato Viceregno.

Perché ora più che mai splendeva l’astro,
nel regno del Sud napoletano,
dei figli di Spagna, dei Di Castro,
orgoglio e vanto del sovrano.

Per caso o per piccolo sospetto,
particolar che strazia l’esistenza,
custodita in dorato cofanetto
intercettata fu corrispondenza.

E dei fratelli bruti s’udì l’ira funesta:
Isabella sia dannata, quella cagna.

E un sol pensiero nella testa:
trucideremo anche il Castro, porco di Spagna.
Tre sole pugnalate alla schiena
al canuto maestro femminato,
che se ambasciator mai non porta pena,
a lui lo avevan subito eliminato.

La morte colse poi lor sorella
stroncata poco più che giovinetta,
nel suo sangue giacea esanime Isabella,
secondo atto di rancore e di vendetta.

Un anno dopo si compì brutal disegno,
fine di sua vita e della storia:
colpiron Diego a tre miglia dal lor regno,
nel tristo bosco chiamato Noia.

“Li foro tirate tre arcabusate”
recitava Relacion omicidiaria,
ancor sangue e odio per le antiche strate,
violenza facile e sanguinaria.

E così per banali leggerezze
testimoni dell’onor, legge spietata,
cagion di lutti e di amarezze,
pagò quella coppia innamorata.

Ma morte libertà fu per poetessa,
conforto le donò sempre la ragione
ed ella agognava per se stessa
di uscir morta o viva da prigione.

Così adoprando sue profetiche parole:
né tempo o morte il bel tesoro eterno,
né predatrice e violenta mano
ce lo torrà davanti al Re del Cielo.

Ella infine canta e non se ne dole:
ivi non nuoce già state nè verno,
ché non si sente mai caldo né gelo.

Dunque ogni altro sperar, fratello, è vano.


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