Testi poetici per Le tredici lune di Monza

I testi poetici interpretati durante la sfilata del 24 giugno 2012

Villa Mirabello – Parco della Villa Reale di Monza

Costumi antichi, stampa d'epoca

Omaggio a Saffo

Qui da noi: un tempio venerando,
un pomario di meli deliziosi,
altari dove bruciano profumi
d’incenso, un’acqua
freddissima che suona in mezzo ai rami
dei meli, e le ombre dei rosai
in tutto il posto, e dalle foglie scosse
trabocca sonno,
poi un florido prato, coi cavalli,
i fiori della primavera, aliti
dolcissimi che spirano…
dove Cipride coglie le corone
e delicatamente mesce un nettare
che si mescola nelle grandi feste,
in coppe d’oro…


Omaggio a Teodolinda, Regina di Monza

«Erat hoc mirabile in regno Langobardorum: nulla erat violentia, nullae struebantur insidiae; nemo aliquem iniuste angariabat, nemo spoliabat; non erant furta, non latrocinia; unusquisque quo libebat securus sine timore»

«C’era questo di meraviglioso nel regno dei Longobardi: non c’erano violenze, non si tramavano insidie; nessuno opprimeva gli altri ingiustamente, nessuno depredava; non c’erano furti, non c’erano rapine; ognuno andava dove voleva, sicuro e senza alcun timore»

Paolo Diacono, Historia Langobardorum, III, 16


Cras amet qui numquam amavit: quique amavit cras amet

Ami domani chi non amò mai: domani ami chi amò.

Ami domani chi non amò mai: domani ami chi amò. Ecco la nuova primavera, la primavera dei canti; di primavera è nato il mondo, di primavera concordano gli amori, di primavera sposano gli uccelli e la foresta spiega la sua chioma dalle piogge fecondatrici.

Domani la congiungitrice degli amori tra le ombre degli alberi intreccia verdi capanne con ramoscelli di mirto. Domani detta Dione le sue leggi dall’altissimo trono. Ami domani chi non amò mai. Domani ami chi amò.

Essa di floride gemme dipinge la purpurea stagione, essa i boccioli che gonfiano al soffio di Zefiro sospinge nelle loro corolle: essa della lucente rugiada che l’aura notturna depone, diffonde le umili stille.

Ecco splendono le lacrime tremanti tratte giù dal loro peso: la goccia che sta per cadere pende inerte nel suo piccolo globo. Ecco le fiorenti porpore hanno già svelato il pudore. Quell’umore che gli astri stillano nelle notti serene domani tutte si sposino le vergini rose. Fatta del sangue di Venere Ciprigna e di baci d’Amore e di gemme e di fiamme e della porpora del sole, domani il rossore, che si nascondeva sotto l’ignea veste, la rosa non si vergognerà di sciogliere dall’unico boccio.

Ami domani chi non amò mai: domani ami chi amò.

La voluttà feconda i campi; i campi sentono Venere. Lo stesso Amore, figlio di Dione, si dice nato in campagna. Mentre la terra rifioriva, essa lo accolse al suo seno, essa lo educò coi delicati baci dei fiori.

Ami domani chi non amò mai: domani ami chi amò.

La stessa dea ordinò alle Ninfe di recarsi nel bosco di mirti; Cupido, suo figlio, accompagna le fanciulle; tuttavia non si può dire che Amore stia in riposo visto che porta con sé le frecce.

Andate, o Ninfe. Ecco che Amore ha deposto le frecce, è in riposo; gli è stato ingiunto di venire con voi disarmato, gli è stato ingiunto di venire nudo affinché non posa nuocere a nessuno con l’arco e con le frecce o con la fiaccola. Tuttavia, o Ninfe, state attente perché Cupido è bello: egli è tutto in armi anche quando di esse è spoglio.

Ami domani chi non amò mai: domani ami chi amò.
[… ]

Ecco già sotto alle finestre i tori stendono i loro fianchi_, sicuro ognuno del nodo coniugale ond’è avvinto. Sotto l’ombra coi mariti ecco i greggi belanti delle pecore: e pure gli uccelli canori non volle la dea che tacessero.

Già i garruli cigni riempiono gli stagni del loro rauco strido, all’ombra del pioppo echeggia il canto della fanciulla di Tereo, sì che tu credi che sensi d’amore ella esprime con la gola armoniosa anziché lamentare la sorella per il barbaro marito.

Lei canta e io taccio.

Quando viene la mia primavera? Quando sarò come la rondine e finirò di tacere? Ho perduto tacendo il mio canto, e Febo non mi considera più. Il silenzio perdette così la tacita Amicle.

Ami domani chi non amò mai: domani ami chi amò.

dal Pervigilium Veneris

Inno a Venere e all’amore, il Pervigilium Veneris, poemetto tramandato dall’Anthologia latina, una raccolta di componimenti e collezioni poetiche del periodo compreso tra il VII e il X secolo, era un inno alla dea che veniva cantato alla vigilia della festa primaverile di Venere genitrice, celebrata in Sicilia all’inizio della primavera.

Ignoto è l’autore ma, per l’esaltazione dell’amore, della fecondità e della fioritura, per le lodi a Venere come potenza fecondatrice della donna, che tradisce una religione matriarcale poco diffusa nel mondo romano e, dunque, attribuibile solo ad una concezione femminile, per lo spirito in generale che permea i versi, molti studiosi ritengono che sia sicuramente opera di una donna.

L’immaginario mondo descritto è dominato dalla legge dell’amore alla quale soggiace e partecipa festosamente l’intera natura, eppure nella chiusura del carme, alla dolcezza e all’abbandono di tutte le creature, continuamente sottolineato da una specie di refrain che riassume l’attesa gioiosa di tutto il componimento, si sostituisce un velo di malinconia perché l’autore non partecipa alla gioia collettiva.

L’inno, che si serve di un lessico poetico apparentemente popolare, ma tradisce la raffinatezza e il preziosismo della poesia dotta, dei poetae novelli e di Catullo, per la straordinaria musicalità e per il fascino emanato dalle suggestive, talvolta anche leziose, immagini può essere considerato un piccolo capolavoro.


Costumi antichi, stampa d'epoca

Omaggio a Francesca da Rimini

Compiuta Donzella
A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora

A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora
acresce gioia a tutti fin’amanti,
e vanno insieme a li giardini alora
che gli auscelletti fanno dolzi canti;
la franca gente tutta s’inamora,
e di servir ciascun tragges’inanti,
ed ogni damigella in gioia dimora;
e me, n’abondan marrimenti e pianti.

Ca lo mio padre m’ha messa ‘n errore,
e tenemi sovente in forte doglia:
donar mi vole a mia forza segnore,
ed io di ciò non ho disìo né voglia,
e ‘n gran tormento vivo a tutte l’ore;
però non mi ralegra fior né foglia.


Omaggio a Lucrezia Borgia

Veronica Gambara
Occhi lucenti e belli

Occhi lucenti e belli,
com’esser può che in un medesmo istante
nascan da voi nove sì forme e tante?
Lieti, mesti, superbi, umili, alteri
vi mostrate in un punto, onde di speme
e di timor m’empiete,
e tanti effetti dolci, acerbi e fieri
nel core arso per voi vengono insieme
ad ognor che volete.

Or, poi che voi mia vita e morte sète,
occhi felici, occhi beati e cari,
siate sempre sereni, allegri e chiari


Omaggio a Giulia della Rovere

da Gaspara Stampa
Metafora del giacinto

Quasi vago e purpureo giacinto
che ‘n verde prato, in piaggia aprica e lieta,
crescendo ai raggi del più bel pianeta,
che lo mantien degli onor suoi dipinto,
subito torna languidetto e vinto,
sì che mai non si vide tanta pièta,
se di veder gli usati rai gli vieta
nube, che ‘l sol abbia coperto e cinto,
tal la mia speme, ch’ognor s’erge e cresce,
dinanzi a ‘rai de la beltà infinita,
onde ogni sua virtute e vigor cresce.
Ma la ritorna poi fiacca e smarrita
oscura tema, che con lei si mesce,
che la sua luce fia tosto sparita.


Costumi antichi, stampa d'epoca

Omaggio ad Artemisia Gentileschi

Nella lettura effettuata del dipinto più celebre di Artemisia, la Giuditta che decapita Oloferne degli Uffizi, Longhi scriveva:

«Chi penserebbe infatti che sopra un lenzuolo studiato di candori e ombre diacce degne d’un Vermeer a grandezza naturale, dovesse avvenire un macello così brutale ed efferato […] Ma – vien voglia di dire – ma questa è la donna terribile! Una donna ha dipinto tutto questo?»

e aggiungeva:
«… che qui non v’è nulla di sadico, che anzi ciò che sorprende è l’impassibilità ferina di chi ha dipinto tutto questo ed è persino riescita a riscontrare che il sangue sprizzando con violenza può ornare di due bordi di gocciole a volo lo zampillo centrale! Incredibile vi dico! Eppoi date per carità alla Signora Schiattesi – questo è il nome coniugale di Artemisia – il tempo di scegliere l’elsa dello spadone che deve servire alla bisogna!

Infine non vi pare che l’unico moto di Giuditta sia quello di scostarsi al possibile perché il sangue non le brutti il completo novissimo di seta gialla? Pensiamo ad ogni modo che si tratta di un abito di casa Gentileschi, il più fine guardaroba di sete del ‘600 europeo, dopo Van Dyck.»

Roberto Longhi, Gentileschi padre e figlia, in L’Arte, 1916


Omaggio alla dama veneziana

Da Lesbia Cidonia
Per amico lontano

Chiudo le luci al sonno, e indarno spero
trovar quiete all’agitata mente
che mentre io dormo avvien ch’anzi più fiero
stuolo d’affanni contro me si avvente.
Parmi lunge veder sotto straniero
cielo, e su fragil prora errar dolente
il mio diletto amico, e l’aere nero
che il minaccia ravviso, e il mar fremente.
Odo i gemiti suoi, già di sua vita
vicin veggo il perielio, e grido o dei
deh gli porgete, o Dio pietosi aita!
Mi sveglio allor tremante, e la funesta
imago non mi lascia, e gli occhi miei
d’amaro pianto innondo e pur son desta


Omaggio a Marie Antoinette

da Olympe de Gouges
Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina

Uomo, sei capace d’essere giusto? È una donna che ti pone la domanda; tu non la priverai almeno di questo diritto. Dimmi? Chi ti ha concesso la suprema autorità di opprimere il mio sesso? La tua forza? Il tuo ingegno?

Osserva il creatore nella sua saggezza; scorri la natura in tutta la sua grandezza, di cui tu sembri volerti raffrontare, e dammi, se hai il coraggio, l’esempio di questo tirannico potere.

Risali agli animali, consulta gli elementi, studia i vegetali, getta infine uno sguardo su tutte le modificazioni della materia organizzata; e rendi a te l’evidenza quando te ne offro i mezzi; cerca, indaga e distingui, se puoi, i sessi nell’amministrazione della natura.

Dappertutto tu li troverai confusi, dappertutto essi cooperano in un insieme armonioso a questo capolavoro immortale.

Solo l’uomo s’è affastellato un principio di questa eccezione.

Bizzarro, cieco, gonfio di scienza e degenerato, in questo secolo illuminato e di sagacità, nell’ignoranza più stupida, vuole comandare da despota su un sesso che ha ricevuto tutte le facoltà intellettuali; pretende di godere della rivoluzione, e reclama i suoi diritti all’uguaglianza, per non dire niente di più.


Omaggio a Paolina Bonaparte

da Sonetti di Altidora Esperetusa
in morte del suo unico figlio,
di E. De Fonseca Pimentel, Napoli 1799

Le meste rime del Cantor toscano
Lessi sovente e piansi al suo dolore,
Compassionando lui che per amore
Laura piangeva e la piangeva in vano.
Poiché con cruda inesorabil mano
Morte del figlio mio troncato ha l’ore,
Sfogo in versi pur io l’afflitto core,
E il duol raddoppio per se stesso insano.
Or chi più giusto oggetto a’ pianti suoi
Ebbe, e in affanno più crudel si dolse?

Anime di pietà, ditelo voi.

D’accesa mente acerbo frutto ei colse,
Io di dover, che più sacro è fra noi:
Ei perché volle, io perché il Ciel lo volse.


Costumi antichi, stampa d'epoca

Omaggio ad Anita Garibaldi

L’oppressione della donna,
M. Wollstonecraft

Donna, fragile fiore! Perché sei stata
condannata ad adornare un mondo
esposto a tali tempestosi elementi?

Al reverendo Polwhele dovette proprio sembrare un segno del Cielo, un castigo divino, la morte per parto di Mary Wollstonecraft, femminista, scrittrice e pedagogista, donna e intellettuale ribelle ad ogni convenzione, dalla vita movimentata e discutibile, che aveva osato rivendicare l’uguaglianza delle donne proponendosi, anche nel suo ultimo romanzo lasciato incompiuto, L’oppressione della donna, di… mostrare le ingiustizie subite dalle donne di varie condizioni, ugualmente opprimenti, anche se diverse per via delle differenze nell’educazione, se, un anno dopo la sua morte, precisò che era morta… d’una morte tale da provare ineluttabilmente la differenza tra i sessi, e da evidenziare il destino delle donne…


Omaggio alla contessa Durini

da Emily Dickinson

Sarei forse più sola
Senza la mia solitudine.
Sono abituata al mio destino.

Forse l’altra – la pace –
Potrebbe spezzare il buio
E riempire la stanza –
Troppo stretta per contenere
Il suo sacramento.

La speranza non mi è amica –
Come un’intrusa potrebbe
Profanare questo luogo di dolore –
Con la sua dolce corte.

Potrebbe essere più facile
Affondare – in vista della terra –
Che giungere alla mia limpida penisola
Per morire – di piacere.
—1862


Omaggio ai salotti lombardi dell’800

da Contessa Lara
Dama poeta

Forse da messa o da un bazar tornata,
ne l’intenso calor de’l mezzogiorno,
entra ne la camera e la grata
penombra beve de’l fresco soggiorno.

Qui scorre una fontana profumata
in una coppa d’onice a contorno
d’oro, un palmizio dorme a la vetrata
sotto un ciel di raso a pizzi adorno.

Ella ride spogliandosi a lo specchio,
e sorseggia il thé verde lentamente
da una tazzetta di Giappone vecchio;

Poi de la scrivania sopra le carte
Chinato il picciol capo intelligente,
donna non sol ma torna musa a l’arte.


Omaggio alla Contessa Zanvettori

da Florbela Espanca
Prince charmant

Nel languido svenire dei teneri
Pomeriggi che muoiono voluttuosamente
L’ho cercato in mezza a tutta la gente.
L’ho cercato nelle ore silenziose
Delle notti della mia anima tenebrose!

Bocca che sanguina baci, fiore che sente…
Occhi assorti in un sogno, umilmente…
Mani piene di violette e rose…

E mai l’ho incontrato!… Prince Charmant
Come cavaliere audace di racconti vecchi
Forse nelle nuvole della mattina verrà.

Ah! Tutta la nostra vita va come una chimera
Tessendo in fragili dita fragili merletti
– Non si incontra mai Colui che si spera!…-


Omaggio a Coco Chanel

Sylvia Plath
Orlo

La donna è infine perfetta.

Il suo corpo
Morto porta il sorriso del compimento
L’illusione di una greca necessità
Fluisce, nelle pieghe della sua toga,
I suoi piedi
Nudi sembrano dire:
Abbiamo camminato tanto, è finita.
Ogni bimbo morto, riavvolto, bianco serpente
Uno ad ogni piccola
Brocca di latte, ora vuota
Li ha piegati
Di nuovo nel corpo di lei come petali
Di una rosa si chiudono quando il giardino
S’intorpidisce e odori sanguinano
Dalle dolci, profonde gole del fiore notturno.
La luna non ha nulla di cui essere triste,
fissando dal suo cappuccio di osso
è abituata a questo tipo di cose.
Le sue macchie nere crepitano e tirano.


Condividi Zeroconfini
Facebookmail
Pubblicato in Cultura con tag .

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.